A 50 anni dalla Conferenza di Helsinki. Per una garanzia della pace

Negli ultimi mesi, il mondo sta vivendo una grave crisi caratterizzata da violenza e barbarie, con eventi tragici come i massacri in Ucraina e a Gaza.

Luigi Ferrajoli

Roma, 20.9.2025

In questi mesi il mondo sta raggiungendo il punto più basso, di maggior barbarie, di maggiore inciviltà e di maggior pericolo degli ultimi 80 anni. I massacri della popolazione civile in Ucraina e più ancora il genocidio a Gaza sono, come ha detto Franco Ippolito nella sua relazione introduttiva, la più grande tragedia del dopoguerra, la rottura più grave delle regole del diritto internazionale ,guerre, crimini contro l’umanità e violazioni del diritto internazionale ci sono sempre state in questi 80 anni, a riprova della debolezza e della fragilità dell’ordine internazionale disegnato dalla Carta delle Nazioni Unite.

L’esplosione di disumanità che sta avvenendo a Gaza e le tensioni crescenti nelle relazioni internazionali ci pongono tuttavia di fronte a un mutamento profondo della politica: sia della politica interna che della politica internazionale. Ci sono tre fenomeni nuovi che rendono più pericoloso che mai l’attuale caos mondiale.
Il primo è il crollo della qualità dei ceti politici e delle classi dirigenti dei paesi occidentali, generato da una crisi della democrazia e del costituzionalismo. Nelle politiche interne e nella politica internazionale si è affermata in occidente una concezione semplificata e sovranista della democrazia, basata sull’idea del voto come unica fonte di legittimazione dei pubblici poteri e sul rifiuto dei limiti e dei vincoli costituzionali, dei diritti fondamentali e della separazione dei poteri, che l’art. 16 della Déclaration del 1789 indica come costitutivi dell’idea di costituzione ad essi imposti dalle costituzioni nazionali e dalle carte internazionali.

Solo così si spiegano non soltanto le violazioni sistematiche del diritto, ma anche l’ostentazione del disprezzo del diritto e dei diritti, l’esibizione dei pieni poteri e l’aperta affermazione della legge del più forte sia nella politica interna che nelle relazioni internazionali. Si pensi a Trump che firma davanti alle telecamere i suoi prevedimenti illegittimi e che dichiara apertamente il suo disprezzo e la sua svalutazione dell’Onu. Si pensi a Netanyahu che insulta il segretario generale dell’Onu per le critiche mosse ai suoi crimini contro l’umanità. Si pensi agli attacchi da parte di tanti governanti occidentali alla Corte penale internazionale per il suo mandato d’arresto contro Netanyahu.
Il secondo fenomeno è la normalizzazione della guerra come mezzo di soluzione dei problemi internazionali. Si è prodotta una duplice espansione delle nozioni di guerra e di guerra di difesa.

La prima espansione riguarda la nozione di difesa, che è stata allargata alla difesa preventiva, la quale è in realtà una guerra di aggressione. E come difesa preventiva contro possibili aggressioni della Nato che è stata presentata dalla Russia la sua aggressione all’Ucraina. Furono giustificate come difese preventive molte guerre dell’Occidente: dalla guerra contro l’Iraq nel 2003, messa in atto per il sospetto, rivelatosi infondato, che tale paese disponesse di armi di distruzione di massa, alle aggressioni di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran del giugno di quest’anno.

E difesa preventiva quella prevista come presupposto dell’intervento armato nel concetto strategico della Nato formulato a Washington nell’aprile 1999, poco dopo l’inizio della guerra di aggressione contro la Serbia. La seconda espansione è consistita nell’inclusione, nella nozione di guerra come conflitto tra Stati, degli atti criminali di terrorismo: un vero regalo alle organizzazioni terroristiche che come guerre sante pretendono di legittimare i loro eccidi.

E quanto è avvenuto con la configurazione come atti di guerra della strage delle due Torri, che produsse due guerre e l’esplosione del terrorismo in tutto il mondo e, di nuovo, della terribile strage del 7 ottobre, che ha prodotto la guerra e il massacro della popolazione palestinese nella striscia di Gaza, cui parimenti seguirà una crescita del terrorismo, dato che i bambini di oggi, scampati all’eccidio delle loro famiglie, hanno introiettato un odio che non si esaurirà in tempi brevi.
Il terzo fenomeno è il clima di guerra alimentato dai governi e dai media nell’opinione pubblica. Si parla irresponsabilmente di una possibile guerra tra l’Europa e la Russia. Si sta giocando col fuoco. La minaccia nucleare non è mai stata così incombente. E’ un clima che si manifesta nella critica sprezzante e intollerante per i pacifisti e nella corsa a nuovi armamenti. Le spese in armamenti sono in questi ultimi 20 anni costantemente aumentate fino a raggiungere, nel 2023, la somma di 2.240 miliardi di dollari. La maggiore, pari al 40%, è stata spesa dagli Stati Uniti. La Nato spende oggi il 56% della spesa militare globale. E’ una politica insensata. Certamente, nessun aumento degli armamenti in Europa potrà mai eguagliare la potenza delle 6.000 testate nucleari russe. Il solo effetto che esso è destinato a produrre è un identico aumento degli armamenti della Russia, con il pericolo costante di una rottura catastrofica del precario equilibrio e la deflagrazione di un conflitto nucleare. La pace, d’altro canto, non si realizza mostrando il volto ostile delle armi, bensì il volto pacifico della diplomazia.

E’ precisamente il ritorno alla diplomazia cioè la proposta di una nuova conferenza di pace, analoga a quella svoltasi a Helsinki 50 anni fa che viene giustamente invocato dal nostro convegno.
Ma io credo che questo non basti. L’attuale caos globale ha svelato la debolezza delle Nazioni Unite, dovuta all’assenza totale di garanzie dei principi della pace e dell’uguaglianza stabiliti nella carta dell’Onu e nelle tante carte internazionali dei diritti. E questa debolezza che ha reso possibili, anzi inevitabili, le loro violazioni. Oggi la comunità internazionale è regredita allo stato di natura basato sulla legge del più forte. L’unica risposta razionale e realistica che dobbiamo dare alla legge del più forte è perciò la costituzionalizzazione dell’ordine internazionale o, che è lo stesso, l’internazionalizzazione del costituzionalismo, tramite l’introduzione, in una riforma della carta dell’Onu, delle garanzie della pace e dei diritti che finora sono state solo enunciazioni di principio, promesse non mantenute e forse non mantenibili.

Dobbiamo essere consapevoli che è cambiata, rispetto a 80 anni fa, la geografia dei poteri. Oggi la polis è il mondo. E il costituzionalismo ha un senso solo se si porterà all’altezza dei poteri selvaggi delle potenze nucleari e dei mercati globali, istituendo idonee garanzie contro il loro esercizio sregolato e criminale.
E quale dev’essere la garanzia della pace? La sola garanzia della pace è il disarmo globale e totale, attraverso la proibizione e la punizione come crimini contro l’umanità della produzione e del commercio di tutte le armi, non solo delle armi nucleari, ma di tutte le armi da fuoco. E la norma che Costituente Terra ha introdotto nel progetto di una Costituzione della Terra quale norma fondamentale del futuro ordine internazionale, e che ben potrebbe formare oggetto di una convenzione internazionale, al pari delle convenzioni contro il genocidio, contro la tortura e contro la schiavitù. Non si tratta di un’invenzione teorica. Si tratta della vecchia tesi, sostenuta da Thomas Hobbes e poi da Kant, che il passaggio dallo stato di natura allo stato civile da uno stato di natura nucleare quale è quello nel quale è precipitata la società internazionale, allo stato civile si produce con il disarmo dei consociati.
E’ necessaria, a tal fine, una battaglia culturale diretta a promuovere la percezione, in ogni guerra e in ogni assassinio, della corresponsabilità morale, al confine con il concorso penale per dolo eventuale, della produzione e del commercio delle armi. Dobbiamo generare la consapevolezza che produzione e commercio delle armi sono, oggettivamente, i crimini più gravi: più di questa o quella guerra o di questo o quell’assassinio, dato che formano il presupposto di tutte le guerre e di tutti gli assassinii. Queste fabbriche di morte si rendono accettabili con l’idea che le vittime delle armi prodotte o vendute sono anonime, impersonali, sconosciute, indeterminate e, soprattutto, soltanto possibili e comunque future. Ma queste vittime sicuramente ci saranno, perché le armi sono destinate ad uccidere. Di qui la necessità della messa al bando di tutte le armi non solo delle armi nucleari, ripeto, ma di tutte le armi da fuoco come unica garanzia della pace e della sicurezza. Senza le armi le guerre sarebbero impossibili e crollerebbe il numero dei 460.000 omicidi, in gran parte con armi da fuoco, che si verificano ogni anno nel mondo, in misura decine di volte superiore dove le armi sono più diffuse.
Io credo che la messa al bando delle armi debba diventare obiettivo e la rivendicazione di tutti i movimento pacifisti. E una rivendicazione assolutamente ovvia. Tutti si dicono concordi nel volere la pace. C’è allora un solo modo per rendere credibile questa volontà: accompagnarla con la volontà del disarmo globale e totale che renderebbe impossibili le guerre; concordare non solo il divieto, ma l’impossibilità della guerra; stipulare un patto che aggiunga, all’illiceità deontica o giuridica della guerra, la sua impossibilità atletica o materiale. Giacché le proclamazioni di principio non bastano, come dimostrano le centinaia di guerre da esse non impedite, molte delle quali ignorate o dimenticate. Una norma sulla messa al bando delle armi non sarebbe solo la norma fondamentale del nuovo diritto globale, costitutiva del trapasso dell’insieme degli Stati dallo stato di natura allo stato civile. Sarebbe una norma imparziale e nell’interesse di tutti, al di sopra degli interessi di parte, indipendente dalle scelte e dalle valutazioni politiche a sostegno dell’una o dell’altra parte. Porrebbe fine alle sovranità e ai sovranismi. Neutralizzerebbe tutti i nazionalismi e i suprematismi aggressivi. Produrrebbe un salto di civiltà e una maturazione politica, intellettuale e morale di quanti fanno delle armi un fattore perverso della loro identità, basata evidentemente sulla forza e sulla legge del più forte.

Favorirebbe le relazioni tra gli esseri umani, al di là delle loro diverse culture e tradizioni, sulla base di un nuovo sentimento di solidarietà e di fraternità. Creerebbe un clima di generale sicurezza che favorirebbe la soluzione di tutti gli altri problemi dai quali dipende il futuro del genere umano, dalla questione ecologica all’aumento delle disuguaglianze e della povertà, fino alle tante violazioni dei diritti fondamentali in danno della grande maggioranza della popolazione del pianeta.
Oggi sono proibite come beni illeciti le droghe, le quali danneggiano le stesse persone che ne fanno uso, mentre sono lecite le armi, che servono ad uccidere gli altri. Il divieto delle armi sarebbe sicuramente più efficace del divieto delle droghe, dato che missili o carri armati e perfino fucili e pistole possono essere assai meno delle droghe prodotti in maniera clandestina e, d’altra parte, non generano la tossico-dipendenza che è la vera fonte delle fortune economiche del narco-traffico. L’assenza di questo semplice divieto si spiega solo con i giganteschi interessi delle grandi imprese produttrici di armi e dei governi ad esse asserviti, perché da esse corrotti, o che se ne servono a fini miserabili di potenza. “Fini di difesa” è sempre l’argomento a loro sostegno; quando invece il loro stesso possesso ha il carattere di una minaccia, e provoca come effetto esattamente lo stesso riflesso la minaccia contrapposta nei governi e nei cittadini degli Stati avversari, inevitabilmente trasformati in nemici.
La difesa delle armi la difesa del diritto di produrle, di venderle, di acquistarle, di detenerle equivale in realtà alla difesa della legge del più forte. Riflette la logica del nemico come unica logica vincente nei rapporti tra i popoli e tra le persone. Laddove il disarmo globale e totale produrrebbe, insieme alla garanzia della pace e della sicurezza, un salto di civiltà nella cultura e nella morale a livello di massa. Equivarrebbe alla garanzia fondamentale di più settori del diritto: alla garanzia della pace e del divieto dell’uso della forza nelle relazioni tra Stati, che è la fonte di legittimazione del diritto internazionale; alla garanzia della minimizzazione della violenza dei delitti, che è la fonte di legittimazione del diritto penale; alla garanzia della vita e dei diritti fondamentali, che è la fonte di legittimazione del diritto costituzionale. Siamo tutti d’accordo nel celebrare il ripudio della guerra enunciato dall’art. 11 della nostra costituzione e i principi della pace e i diritti umani stabiliti nelle carte internazionali. Ma il solo modo di prendere sul serio questi principi è rivendicare l’introduzione delle loro garanzie quale condizione della loro effettività.
Naturalmente il disarmo globale suppone il monopolio della forza armata in capo all’Onu e alle forze di polizia locali. Sembra un’utopia. Basterebbe che si mettessero d’accordo gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, sulla base del riconoscimento che non ha senso continuare a rischiare di sterminarsi a vicenda. Tutti gli altri Stati aderirebbero. Ma è chiaro che perché si pervenga a un simile accordo nell’interesse di tutti, fuorché del piccolo ceto di profittatori che producono e vendono armi è necessario lo sviluppo di un’opinione pubblica a suo sostegno e una mobilitazione pacifista in grado di produrre un risveglio della ragione.

Risposte

  1. Avatar Massimo Zucconi

    Caro Luigi, è tutto così evidente e razionale da indurre a formulare sempre la stessa domanda: chi e perché si oppone a garantire che ciò accada? Il disarmo è l’unica garanzia della pace e la pace è oggi il presupposto per garantire la sopravvivenza dell’umanità intera, per affrontare i pericoli planetari incombenti e le enormi diseguaglianze che ancora affligono il popolo della terra.

  2. Avatar Piero Paschetti

    Come non condividere questa proposta, che ritengo anch’io la sola possibile, mi chiedo però come risolvere le molteplici quantità e diversità delle armi esistenti oggi nel mondo, che cesseranno solo quando termineranno le munizioni che le alimentano.
    Assimilare questo divieto a quello della droga, ci pone comunque davanti alla realtà che comunque la droga continua clandestinamente ad essere prodotta, commercializzata e usata da milioni di persone.

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